CATECHISMO E LECTIO DIVINA
CATECHISMO
Ragazzi e adolescenti:
Il cammino per la formazione di cristiani adulti e maturi e soprattutto di uomini e donne di preghiera non si esaurisce con la prima Comunione, ma continua con un cammino per ragazzi e adolescenti che prevede un incontro settimanale di due gruppi (divisi per fasce di età) nei quali i giovani hanno la possibilità di conoscere meglio Gesù e il suo Vangelo, nonché quello di condividere con gli altri il loro cammino di crescita umana attraverso momenti di gioco, di catechesi e di fraternità.
Il cammino si conclude ogni anno con il campo scuola estivo, che da anni ormai vede la partecipazione di quasi 50 tra ragazzi e adolescenti; il momento dell’anno più forte, un momento di gioia, di preghiera, di divertimento e di crescita.
Adulti:
Da diversi anni ormai particolare attenzione viene riservata agli adulti che desiderano intraprendere un cammino per conoscere più profondamente la vita cristiana, la persona di Gesù e acquisire maggiore consapevolezza del proprio essere creatura amata da Dio.
Per gli adulti è previsto un gruppo che si riunisce ogni giovedì alle 19.30 sotto la guida dei nostri sacerdoti. Si tratta di un cammino di catechesi, di condivisione e di preghiera.
Ad oggi vi partecipano circa 30 persone.
Lectio Divina
Nella liturgia cristiana, la Lectio Divina ( lettura divina ) è un modo tradizionale di pregare la Bibbia.
La lectio divina è l'operazione dell' Ascolto di Dio, che ci vuole parlare attraverso le Scritture.
In un certo senso, è l' Arte spirituale principale. Quest'arte, così vitale, ci insegna come ricevere la " Parola del giorno " e come metterla in pratica. Questo è ciò che noi domandiamo nel Padre Nostro, quando diciamo: " sia fatta la tua volontà come in Cielo, così in terra " e poi: " dacci oggi il nostro Pane quotidiano ". Imparare quest'arte è stata da sempre l'urgenza del Cristiano.
L' operazione dell’Ascolto riassume in sé tutti i comandamenti, e tutto il Vangelo. Il cuore del messaggio biblico è di amare, amare Dio e amare il proprio prossimo. Ora amare è ascoltare la Parola di Cristo e metterla in pratica: " Se uno mi ama, osserverà la mia Parola ".
L'operazione completa dell' Ascolto si riassume così:
"Ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica".
Niente di più semplice a parole, tuttavia la pratica mostra che non c'è sfida umana più grande di questa. In realtà:
La messa in pratica non è un'opera puramente umana. Essa non può essere realizzata appoggiandosi unicamente sulle nostre proprie forze.
L'Ascolto è un'operazione che parte da Dio: noi non scegliamo quale Parola mettere in pratica, ma è Dio che, nella sua sapienza di veduta, ci dona "la Parola del giorno". Quest'ultima è più adatta al nostro vero e più immediato bisogno di questo giorno.
Durante l'operazione dell' Ascolto ci scontriamo contro:
L’abisso che esiste tra ciò che noi sappiamo (la nostra intelligenza, i nostri pensieri) e ciò che noi facciamo (la nostra volontà, i nostri atti).
Constatiamo che la nostra volontà è ammalata, che fa altro dal mettere in pratica la Parola ricevuta.
Non sappiamo come fare per cavarcela; il lato pratico dell'Ascolto ci sfugge. E’ la lectio divina che ci insegnerà praticamente come colmare questo abisso.
La parola della Croce
Martedì 28 Aprile 2009 12:21
Da sempre nel cristianesimo ciò che appare “scandalo e follia” è l’evento della croce e, di conseguenza, anche le metafore e i segni della croce. Al cristiano si ripresenta la tentazione di “svuotare la croce”, come denuncia Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (1,17), così come al non cristiano la croce e la sua logica appaiono disumane se non un falso tentativo di interpretazione della sofferenza. Questo da sempre. Ma oggi – in questi nostri tempi contrassegnati nel mondo occidentale dal benessere materiale, dall’abbondanza di ricchezze e di comodità, dalla ricerca di piacere a basso prezzo, dalla convinzione che tutto ciò che è tecnicamente possibile ed economicamente ottenibile è per ciò stesso lecito e auspicabile – dobbiamo constatare che la rimozione della croce è quotidianamente attestata in mille modi, a volte rozzi, a volte molto sottili, e il fondamento stesso del cristianesimo ha perso evidenza, risulta sbiadito, annebbiato. Si pensi al tentativo di presentare la vita cristiana soltanto sotto il segno della resurrezione, quasi fosse una festa continua; si pensi alle energie spese per presentare ai giovani un vangelo accattivante perché liberato dalle esigenze della “rinuncia” (elemento essenziale della stessa liturgia battesimale, oggi ridotto a termine impronunciabile), della disciplina, del rinnegamento di sé, del prendere su di sé la croce (espressioni evangeliche oggi considerate “sconvenienti” a pronunciarsi);
si pensi alla scena, cui si assiste sempre più frequentemente nello spazio ecclesiale, di retori gnostici non cristiani che declinano a loro modo la fede cristiana, riproponendo ai credenti un cristianesimo svuotato dalla follia della croce e arricchito dal discorso intellettuale persuasivo. Ormai Celso non è più il filosofo del II secolo che denigrava i cristiani a causa del loro Signore – un crocifisso – e della composizione sociologica – estremamente povera – della chiesa: no, il nuovo Celso elogia e loda un Gesù che è maestro di filantropia e adula i cristiani così importanti e determinanti nella pólis, ma per fare questo annebbia, oscura, relega nell’oblio ciò che è l’evento fondatore e ispiratore della vita cristiana. E accanto al nuovo Celso c’è il nuovo imperatore, che come l’antico tratteggiato da Ilario di Poitiers, il grande padre della chiesa del IV secolo, “è insidioso e lusinga, non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; ci spinge non verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro” (Liber contra Constantium 5). Così, senza essere contestata visibilmente e direttamente, la croce è svuotata! Eppure, con quanta insistenza e con che forza Giovanni Paolo II ritorna a chiedere ai cristiani di “non svuotare la croce di Cristo”!
Almeno una volta all’anno, al venerdì santo, la croce è posta davanti ai fedeli in tutta la sua realtà e la sua verità: c’è Gesù di Nazaret, un uomo, un rabbi, un profeta che è appeso a un legno nella nudità assoluta, un uomo crocifisso che appare anatema, scomunicato, indegno del cielo e della terra, un uomo abbandonato dai suoi discepoli, un uomo che muore disprezzato da quanti sono testimoni del suo supplizio ignominioso. Quell’uomo è Gesù il giusto, che muore così a causa del mondo ingiusto in cui ha vissuto, quell’uomo è il credente fedele a Dio anche se muore come peccatore abbandonato da Dio, quell’uomo è il Figlio di Dio cui il Padre darà risposta nel passaggio dalla morte alla resurrezione. Eppure questo evento della croce, avvenuto a Gerusalemme il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era, può essere svuotato anche attraverso le sue metafore o i suoi segni, e noi cristiani dobbiamo restare vigilanti per non finire come gli uomini “religiosi” di ogni tempo che sentono nella crocifissione uno scandalo, o come i “sapienti” di questo mondo che la giudicano follia. La croce è la “sapienza di Dio” e san Paolo, coniando l’espressione “la parola della croce”, dice che l’evento che essa crea è l’evangelo, la buona notizia.
Il cristiano non è invitato dalla croce né al dolorismo né alla rassegnazione, né tantomeno a leggere la vita di Gesù a partire da essa, ma deve riconoscere che la vita di Gesù e la forma della sua morte, la crocifissione, sono state narrazioni di Dio, del Dio vivente che ama gli uomini anche quando sono malvagi, del Dio che perdona quelli che gli sono nemici nel momento stesso in cui essi si manifestano come tali, del Dio che accetta di essere rifiutato e ucciso volendo che il peccatore si converta e viva. La croce è allora anche la denuncia del nostro essere malvagi, sedotti dal male, peccatori e ingiusti, sicché il Giusto deve patire, essere rifiutato condannato e crocifisso. Sì, la croce è diventata l’emblema del cristiano – emblema a volte esaltato trionfalisticamente, altre volte ridotto a monile ornamentale o svilito a gesto scaramantico, altre ancora banalizzato a metafora di semplici avversità quotidiane – ma o essa permane memoria dello “strumento della propria esecuzione” per mettere a morte l’ ”uomo vecchio” che è in noi, oppure è un segno non abitato dall’evento e diviene, quindi, una mistificazione. Lutero, meditando sulla croce e facendosi qui eco dei padri della chiesa, scriveva: “Non è sufficiente conoscere Dio nella sua gloria e maestà, ma è anche necessario conoscerlo nell’umiliazione e nell’infamia della croce… In Cristo, nel Crocifisso stanno la vera teologia e la vera conoscenza di Dio”.
